Essere genitori quando tutto non va bene

Quando mi sono laureata ho preparato una tesi che si basava sul PTSD (Disordine da stress post traumatico), non avrei mai pensato che nove anni dopo mi sarei dovuta relazionare con una pandemia. Va bene, credo nessuno l’ha mai pensato, la nostra generazione e quella dei nostri genitori e nonni al massimo può pensare al Manzoni e alla peste, ma seriamente nessuno di noi pensava di trovarsi davanti ad un’emergenza tanto grande che coinvolge tutto il mondo. I primi giorni li ho passati cercando forsennatamente informazioni, in uno stato di ansia, agitazione con l’adrenalina a mille pensando a come fare e gestire “tutto”. Ma erano ancora i giorni in cui non si sapeva bene l’ entità del problema, erano i tempi delle scuole chiuse e poco di più. Ora siamo nella fase di città isolate, desolate… in cui secondo dove abiti l’ unico suono è quello delle sirene che fanno eco nelle strade. Per quanto la rete, internet e i social ci facciano sentire meno soli, non possiamo stare accanto a chi desideriamo, anche in casa troppi genitori rimangono separati o lontani fisicamente dal proprio nucleo familiare per preservarli. Sono giorni in cui, anche dare un bacio sembra pericoloso, in cui non possiamo accarezzare i nostri genitori e la preoccupazione per loro è tanta, sono lontani da noi, soli. Abbiamo accanto a noi i nostri bambini, che ci parlano, ci chiedono, ci domandano o, a volte, non chiedo nulla e sono in silenzio. Parlando con altri genitori, abbiamo tanti bambini che stanno mostrando una capacità di resilienza molto più alta di quello che noi adulti ci stavamo aspettando.

Ho iniziato accennando a questa sigla, PTSD. E’ un disturbo subdolo a volte, che si insinua lentamente e difficile da diagnosticare. Per quanto ne sappia “a sufficienza”, non sono un terapeuta, mi posso però occupare della prevenzione parlandone e scrivendone, suggerendo poi di contattare se necessario un psicoterapeuta (magari EMDR).

Prendo la definizione dall’ Istituto Superiore di Sanità che identifica il PTSD come una “condizione di stress acuta che si manifesta in seguito all’esposizione a un evento traumatico. Le persone, infatti, hanno una diversa suscettibilità e vulnerabilità alla condizione di stress, anche in relazione al maggiore o minore coinvolgimento diretto nell’esperienza traumatica. E’ però stato accertato in diversi studi che, soprattutto nel caso dei bambini e degli adolescenti, anche una esposizione mediata, come può essere quella attraverso i media, a fatti che coinvolgano ad esempio il proprio paese o la propria città, possa generare condizioni di PTSD.” [1] Analizziamo insieme cosa deve quindi accadere: una situazione di stress acuto e l’ esposizione ad un evento traumatico. Sull’ evento traumatico possiamo in generale pensare che una pandemia sia qualcosa di particolarmente rilevante nella vita di ciascuno, più o meno traumatico in base all’esposizione che io ho. Lo stesso vale per l’evento di stress, la chiusura di scuole, la limitazione delle uscite, i contatti tra i pari, possono esserlo. In particolare mi interessa anche che l’esposizione non necessariamente dev’essere diretta nel caso dei bambini, ma anche può avvenire attraverso altri medium (come la televisione, il racconto, le conversazioni degli adulti). Quindi, tutti i bimbi (e adulti) manifesteranno un disturbo da stress post traumatico? NO Per fortuna aggiungerei. Lo manifesteranno solo una piccola parte della popolazione, quella parte per cui il trauma e lo stress sarà particolarmente forte e le capacità di resilienza non sufficienti a contrastarlo. Cosa vuol dire? Che saranno i soggetti magari più normalmente ansiosi, più suscettibili alle privazioni per il contenimento dell’epidemia, quelle più vicine agli ospedali e ai focolai, le persone che subiranno un lutto o che avranno un familiare ricoverato o ricoverati loro stessi, chi purtroppo si trova in una situazione familiare in cui sono presenti violenze fisiche e verbali, loro saranno più predisposti a sviluppare un disturbo di questo tipo, soprattutto se si verificano più variabili insieme. Cosa però può succedere in molte famiglie? Che i rapporti in casa diventano più tesi, i bambini (alcuni) più facilmente soggetti a pianti o richieste immotivate e irrazionali, disturbi del sonno e tanto altro ancora. Perchè? Se ci troviamo in una zona “sicura” dove il numero di contagi è basso e il fattore economico non incide in maniera gravosa sulla famiglia, dobbiamo far fronte “solamente” al riassetto della routine e alla mancanza di contatti da l vivo. Una difficoltà non da poco, che richiede presenza e cambio sostanzioso della vita. Alcuni genitori si trovano impreparati a diventare insegnanti ed educatori improvvisamente, non perchè genitori che delegavano tutto prima, ma perchè a volte non sai proprio da che parte raccapezzarti. Devi far combaciare il lavoro, un nuovo tipo di didattica, anche la spesa semplicemente cambia. E il cambiamento in alcune persone genera ansia. Ci sono in aggiunta le preoccupazioni economiche, affettive e di salute di chi ci sta lontano. Chiedersi quando e come torneremo alla normalità, quale normalità ci sarà poi. La paura di quello che ci aspetta e di come tutto cambierà, se lo farà. Come saremo noi dopo questa quarantena.

Banalmente, in questo momento in cui sto scrivendo, sta passando l’ennesima ambulanza, sono tre giorni che sono aumentate. Nel silenzio e nell’eco della città in cui ogni tanto rimbomba il suono di un tram, si sentono sempre più passare delle sirene. E sai che quelle sirene stanno trasportando una persona, ma non è una sirena sola che passa (la media sotto casa mia era di sentirne forse 2 o 3 a giorno). Ora ne passano due o tre all’ora e a me va già molto molto bene. E se mi fermo e penso, arriva il mal di testa, torna un’aura che erano anni che non c’era. Inizio ad essere stanca, fatico a concentrarmi e a dormire (un bel circolo vizioso). Allora cerco di non pensarci, di cancellare quello che sta succedendo fuori, ma appena riesco… rieccola li una sirena. Non funziona la musica, le cuffie. Inesorabilmente la non vita fuori dalle mura di casa riesce ad entrare. E ad angosciare, perchè sai che qualcuno sta andando da solo in ospedale (che è l’aspetto che personalmente mi disturba maggiormente).

I bambini a volte sono poi esposti agli eventi senza che ci siano gli adulti che mediano, ricordiamoci che soprattutto per i più piccoli ancora non sono in grado di differenziare bene sia le scansioni temporali sia quello che succede nella realtà, tanto per una fantasia (un cartone) quanto per un evento visto in tv (magari lontano dalla realtà quotidiana). [2]

C’è però una parola RESILIENZA, è la capacità di superare le avversità. Immaginate un albero che si piega sotto il vento, la tempesta e la neve, può essere una vecchia quercia come un piccolo giunco, ma la sua capacità di flessibilità sotto gli agenti atmosferici piegarsi senza spezzarsi gli permette di sopravvivere. Ecco, noi genitori dobbiamo far affidamento su questo. Dobbiamo coltivare ora, più che mai, la capacità dei nostri figli a resistere alle avversità. Come? Ponendo intanto delle buone radici e rendendo flessibile il tronco.

Come creare queste solide radici e il flessibile tronco? Cosa possiamo fare ora come genitori per i nostri figli? Come gestire ora questa situazione di emergenza?

  • Analisi dei bisogni e strategie
  • Comunicare, parlare della situazione in atto
  • Attenersi ai dati scientifici
  • Limitare l’accesso all’informazione durante la giornata e mediarne i contenuti
  • Sostenere e confortare nei momenti di crisi e pianti
  • Parlare delle proprie emozioni
  • Creare una routine e scansione del tempo
  • Fare esercizio fisico (per quanto possibile)
  • Esercizi di rilassamento e gestione delle emozioni

Ora qui il tempo concesso al pisolino è passato e domani proseguo

Bibliografia

[1] https://www.epicentro.iss.it/stress/

[2] https://www.sisst.it/la-comunicazione-ai-tempi-del-covid-19-2/

You may also like...