Creatività e resilienza

Ho impiegato un pò di giorni per elaborare e rielaborare quello che sta succedendo. Come tanti ho avuto necessità di staccarmi qualche giorno e riprendere uno spazio che non fosse digitale. Ho avuto bisogno di fare un passo indietro e ritrovare una motivazione e spinta al fare che partisse da me. Per Odgen la spinta motivazionale a creare deriva dal desiderio di ricostruire e ridare vita a ciò che si percepisce danneggiato o distrutto. Esattamente da questo ho deciso di ripartire. L’ impianto teorico che ci spinge a creare come strategia di rielaborazione degli eventi è solido con una storia di più di 100 anni, se tiriamo fuori il sempreverde Freud ci ricorda che “Il processo creativo è in grado di creare degli spazi di sicurezza quando gli eventi esterni alla persona alterano gli equilibri della psiche. ”

Sottolineo come sia fondamentale il processo creativo e non il risultato finale dell’ elaborato, il passaggio tra il “niente”, l’assenza e il tutto. Quello che è in mezzo è il dove porre l’attenzione.

Per un buono sviluppo psicofisico e creativo è necessario un certo grado di sicurezza che permetta all’ Io di aprirsi a nuove esperienze, sapendo di poter gestire i nuovi stimoli e rielaborarli. Quando subentra un trauma, più o meno grave, la sfera di sicurezza si incrina e l’ Io non è più in grado di affrontare le sfide che si presentano davanti giornalmente in maniera sicura. Nelle situazioni di ansia, l’io cerca di controbilanciare la realtà che vive aumentando il livello di sicurezza, attraverso qualsiasi mezzo. La percezione, il cui compito è organizzare e di strutturare i dati in entrata che provengono dai sensi, cerca di ridurne l’ impatto potenzialmente traumatico, un po’ come fa il lavoro onirico: gli stimoli afferenti vengono attivamente gestiti in modo che non soverchino ma che conducano all’ integrazione e perciò producano sensazioni di continuità e stabilità dell’ esistenza, necessaria durante tutta la nostra vita. Quando questo lavoro avviene con successo l’ansia si riduce.
Anche nei traumi massicci il soggetto cerca di ricatturare uno spazio sufficiente per continuare a vivere. Può essere fatto attraverso la fantasia o attraverso un oggetto reale che connetta alla realtà. Lo spazio potenziale della creazione funziona come uno spazio di sicurezza, e come tale può dare l’avvio al fenomeno della resilience. Le recenti indagini puntano infatti a dimostrare come il responso ad un evento traumatico sia altamente personale, determinato da ogni persona a seconda della capacità di trovare in sé qualcosa per cui vivere: l’arte appare in grande contrasto e opposizione al trauma che prelude o evoca l’ impotenza e e la morte; ma, se da una parte sappiamo che il trauma lascia senza parole, dall’altra si hanno le testimonianze delle opere di chi è riuscito a parlare e a farne la sua ancora di salvataggio. Il processo creativo è in grado di creare degli spazi di sicurezza quando gli eventi esterni alla persona alterano gli equilibri della psiche. Per avere un maggior dettaglio dei processi neurobiologici e della psiche rimando all’ approfondimento sul PTSD

In questo periodo storico, dove a livello globale c’è una pandemia, ma soprattutto a livello locale viene chiesto l’autoisolamento, non si può uscire, il parto avviene in situazioni di “anormalità” e i bambini sono costretti a rimanere in casa e non aver modo di esplorare, conoscere e connettersi con l’ambiente, riuscire a utilizzare una serie di processi creativi agevola a trovare delle strategie per sopperire alla difficoltà di soddisfare i nostri bisogni universali nella maniera tradizionale a cui eravamo abituati fino a febbraio. Abbiamo allora una doppia funzione del processo creativo. Un primo utile nelle situazioni di normalità, che ci sostiene a trovare nuove strategie e a lavorare sul problem solving, l’ abilità di coping laddove necessario. Una seconda funzione è presente nei momenti di emergenza, laddove ansia, preoccupazione e depressione possono essere latenti. Se per taluni è l’arte stessa ancora di salvataggio, per la maggior parte può essere anche il solo processo utile alla rielaborazione e gestione dei vissuti.

Pensiamo poi a livello neuronale cosa succede, proviamo ad immaginare il cervello come quei disegni DOT to DOT (quelli dove devi unire i punti). Se noi uniamo pochi punti avremo un disegno semplice e poco elaborato, ma se siamo in gradi di mettere insieme tantissimi punti differenti, in maniera ordinata potremmo creare un disegno ricco e fantasioso, molto strutturato con tanti particolari. Allenare quindi il processo creativo ci permette di far apparire più punti e soprattutto ci da la competenza di unirli in maniera ordinata e sensata.

Ma non pensiamo un allenamento fatto solo da creare attraverso un pennello o della creta. Pensiamo di iniziare con osservare l’ambiente, traiamo spunto dagli oggetti di tutti i giorni, proviamo a scoprire i dettagli di una foglia o la trama di un cartone.

Raccogliamo e mettiamo insieme e degli oggetti che troviamo interessanti. Proviamo a comporre delle immagini con quello che abbiamo. Mischiamo i medium che già conosciamo e utilizziamo in maniera differente. Ci piace il disegno? Proviamo ad utilizzare materiali che di solito non si mescolano.

Per una settimana proporrò una serie di piccoli esercizi di creatività, come fosse una palestra, li potrete trovare sulla pagina facebook e istagram con l’hashtag #palestracreativa

Ci sarà la versione per grandi (dai 6 anni e comprende gli adulti) e una versione per piccoli (che va dall’ anno ai 6 anni).

Cosa serve:

  • uno spirito curioso
  • un telefono per immortalare l’ inizio e la fine
  • casa e tempo a disposizione (circa 15-20 minuti che possono essere anche frammentati)
  • carta e penna

Vi aspetto, provate e condividete!

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